Stephan #verbamigrant

Stephan ha impiegato 5 anni a raccontare il suo dramma.

Abbiamo parlato di tutto: del suo lavoro di insegnante in Nigeria, delle sue poesie, della fuga dal terrore seminato da Boko Haram, del senso di colpa per essere fuggito, dell’amore per Ilaria, la sua fidanzata.

Pensavamo di aver parlato di tutto. Non avevamo parlato di niente.

E’ dovuto accadere un episodio di violenza ai danni di una volontaria e amica perché Stephan iniziasse a raccontare degli abusi sessuali e stupri di gruppo perpetrati quotidianamente dai suoi aguzzini in Libia. Senso di colpa e vergogna. Insonnia e incubi notturni.

Cosa ho di sbagliato? Perché mi hanno fatto questo?

Stephan ha chiesto aiuto quando ha riconosciuto la stessa disperazione e lo stesso senso di impotenza negli occhi dell’interlocutrice. Quando ha intuito di poter essere ascoltato, capito, non giudicato.

La quasi totalità dei ragazzi e uomini che incontriamo nella nostra attività di volontariato soffre di disturbi da stress post-traumatico, depressione e disturbi d’ansia. La quasi totalità ha subito violenze o è stata costretta a commetterle, ha assistito a esecuzioni e torture, è stata vittima di deprivazione, trattamenti degradanti e umiliazioni. Alcuni, pochi, riescono a chiedere aiuto.

La vergogna e il dolore della violenza sessuale innescano strategie di coping disadattivo e diventano una macchia indelebile per il genere maschile; quella macchia indelebile diventa un incubo per chi proviene da Paesi, come la Nigeria, in cui l’omosessualità è considerata un reato penale; quell’incubo diventa senza fine quando approdi in una nazione che anziché concederti protezione, ti abbandona a te stesso.

Uomini e donne e minori, che avrebbero bisogno di tutela, di una presa in carico immediata e della pronta attivazione di percorsi psicoterapeutici e psichiatrici efficaci si trovano a muoversi a tentoni in una società come la nostra, fintamente evoluta, dove il disagio psicologico e la malattia mentale sono misconosciuti e oggetto di stigmatizzazione e emarginazione. Persone che necessitano di una tempestiva messa in sicurezza, sono spinte a una condizione di isolamento e miseria, in cui a un trauma se ne sommano altri e la sintomatologia si aggrava pericolosamente.

Abbiamo dovuto vedere, impotenti, tante, troppe persone perdersi, nell’alcol, nella tossicodipendenza, nella depersonalizzazione, nell’amnesia psicogena, e in una rete di sostegno, prevista dal nostro Servizio sanitario nazionale, inaccessibile e debole.

Il nostro sportello di ascolto psicologico, con psicoterapeuti e psicologi professionisti, è nato nella disperata esigenza di provare a rispondere a questo vuoto, mettendo a disposizione un rifugio, uno spazio sicuro, dove costruire fiducia, realizzare percorsi di accompagnamento e sostegno e indirizzare i pazienti verso strutture e programmi idonei. Ma non basta: i turni andrebbero almeno raddoppiati e potenziati i servizi.

Stephan oggi è iscritto alla facoltà di Economia a La Sapienza di Roma. È un sopravvissuto e con il tempo le cicatrici si stanno rimarginando. Ancora oggi il trauma gli impedisce di trovarsi in presenza di una persona di origini libiche; ancora oggi Stephan non riesce ad ascoltare la bellissima lingua araba.

Verba Migrant è la Rubrica settimanale di testimonianze di Baobab Experience

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