Major #verbamigrant

Major ci viene incontro con lo sguardo rivolto altrove, assorto e assente al tempo stesso. Con un passo molto stentato, quasi claudicante, resta subito indietro, rispetto al nuovo gruppo di dieci giovani ragazzi eritrei che si avvicina ai volontari Baobab dedicati alla prima accoglienza. Impossibile non notarlo.

Quando Major ha lasciato il suo villaggio in Eritrea era un bambino. Ora ha 18 anni. Ascoltiamo la sua voce flebile: è un sussurro che stona così tanto con il nostro dover parlare ad alta voce, che sembra quasi di violare la sua bolla di intimità e distacco. Ma Major – ci spiegano i suoi compagni di viaggio – ha perso quasi completamente l’udito.

In tanti anni di supporto in strada alle persone in movimento, raramente abbiamo incontrato transitanti di origine eritrea che avessero il desiderio di raccontarsi. La maggior parte nasconde la propria identità e storia, terrorizzata dalla rete di controllo e ricatto che il regime di Asmara esercita – anche a migliaia di chilometri di distanza – sulle persone in fuga, attraverso ritorsioni anche mortali su chi invece resta a casa…

…e c’è sempre una madre, un padre, una sorella costretti a restare e che possono finire rinchiusi in un centro di detenzione eritreo, da un momento all’altro.

Non per Major però. Major non ha nessuno. Nessuno per cui temere la vita, ma anche nessuno che potesse pagare il suo riscatto in Libia, nei 5 anni di prigionia e lavori forzati. Niente da guadagnare con il sequestro di un orfano. Ecco perché Major, all’età di 13 anni, a Sabha, viene venduto ripetutamente come schiavo a proprietari terrieri libici, costretto nei campi anche per 16 ore al giorno, nutrito con poco pane raffermo, fino a essere completamente schiacciato dalla fatica e perdere ogni forza. Sfinito e “inutile” per i suoi aguzzini, Major viene segregato in uno dei tanti lager disseminati in Tripolitania.

Major ha 16 anni quando il suo corpo gia’ stremato viene usato per mostrare agli altri prigionieri cosa si è destinati a subire se i soldi non arrivano in tempo: le percosse gli hanno perforato entrambi i timpani e le sue gambe, spezzate da una morsa con cui i carnefici erano soliti torturarlo, spiegano il suo arrancare.

Mentre Major ci scrive di essere finalmente in Francia, noi ci uniamo alla soddisfazione espressa da Draghi per l’operato della Libia: in fondo, c’erano quasi riusciti a uccidere un bambino.

Verba Migrant è la Rubrica di Baobab Experience, con cui ogni domenica vi raccontiamo una storia, una delle migliaia di testimonianze che riceviamo e custodiamo nella nostra attività solidale.

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