Nadia e Ines #verbamigrant

Squilla il telefono. Sono le due di notte.

“Ci sono due giovani donne africane che dormono su un giaciglio di fortuna fuori dal Centro d’accoglienza comunale di Via Assisi”

A chiamare sono gli operatori della Sala Operativa Sociale, costretti a contattare una Associazione di volontariato nel disperato tentativo di non abbandonare in strada due ragazze sole.

E’ il Comune di Roma a rivolgersi a una Associazione grass roots.
Ma andiamo avanti…

Nel centro non c’è posto. Non c’è posto neppure altrove. Nella Capitale, la disponibilità di alloggi per i senza fissa dimora è storicamente sottodimensionata; nell’emergenza Covid-19 l’accoglienza si interrompe e il sistema non riesce a prendere in carico neppure le fragilità.

Due volontarie si infilano velocemente scarpe e cappotto e, nel silenzio di una notte di lockdown, attraversano la città spettrale.

È aprile 2020 e non c’è nessuno per le strade; o meglio, per le strade ci sono solo i nessuno del mondo, coloro che, volente e nolente, le regole del coprifuoco non hanno modo di rispettarle.

Quando le attiviste di Baobab Experience arrivano sul posto, Ines e Nadia sono strette l’una all’altra, avvolte nelle coperte offertegli dell’equipe della SOS, che è lì, a qualche metro di distanza.

Nadia, nel suo inglese fluente, ci spiega che Ines non sta bene: ci mostra il piano farmaceutico somministrato all’amica nel Cpr di Roma – 7 medicinali, un cocktail impressionante di calmanti e ansiolitici, in grado di stordire chiunque – e bruscamente interrotto al momento del rilascio.

La ricostruzione ha dell’incredibile e per quanto si è abituati ad ascoltare storie raccapriccianti, c’è sempre una variazione sul tema che, dopotutto, non si credeva possibile.

Ma gli operatori del Comune confermano.

Nadia e Ines sono rimaste inspiegabilmente rinchiuse per tre mesi in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio, il luogo di detenzione utilizzato in Italia per l’identificazione e la deportazione dal territorio italiano dei cd “migranti irregolarari”; inspiegabilmente, ingiustamente, illegalmente private della propria libertà, considerato che entrambe hanno presentato richiesta d’asilo e Nadia ha già l’appuntamento in Questura programmato.

Ines è stata narcotizzata con psicofarmaci, ansiolitici e benzodiazepine, ridotta a una bambola appena in grado di parlare.

Entrambe, una volta rilasciate, sono state letteralmente consegnate alla strada, senza una destinazione, senza alcun riferimento, come invece era d’obbligo e responsabilita’ del CPR di Ponte Galeria accertare e identificare.

Le attiviste fanno accomodare in auto le due giovani donne e caricano i pochi bagagli che hanno con sé.
Si dirigono verso l’ostello, in cui, grazie ai contributi solidali, Baobab Experience è riuscita a dare rifugio, per l’intera durata dell’emergenza sanitaria, quantomeno alle persone più vulnerabili.

Ci vogliono due settimane perché la Prefettura accolga l’istanza di fornire un centro per Nadia.

Per Ines, che è la più vulnerabile, ci vorrà molto di più. Per lei inizia un lungo percorso di disintossicazione e psicoterapia di cui lo Stato è complice ma rispetto al quale si lava le mani.

È passato un anno.
Nadia è mediatrice culturale
Ines sta meglio, molto meglio


Verba migrant è la Rubrica di Baobab Experience, con cui ogni domenica vi raccontiamo una storia, una delle migliaia di testimonianze che riceviamo e custodiamo nella nostra attività solidale.

Siamo convinti che sia nostro dovere raccontare, denunciare e diffondere il più possibile le realtà che impariamo a conoscere da una posizione tanto privilegiata quanto di responsabilità.

A partire dalla responsabilità di far migrare questi frammenti di racconti di vita, il più lontano possibile, per dare voce a una narrazione diversa, vera.

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