Personaggi in cerca di un autore diverso

Si apre il sipario.

Entrano in scena gli attori di questo dramma che si replica, ormai, da anni e anni.

Il Migrante.

Il Burocrate.

L’Avvocato.

Tre personaggi che il loro autore l’hanno già trovato.

Anzi gli autori sono due.

Si chiamano Umberto Bossi e Gianfranco Fini.

Poi ci sono stati degli sceneggiatori di quart’ordine che hanno aggiustato qua e là qualche scena, senza cambiare sostanzialmente il canovaccio. Spesso peggiorando il testo.

Portano i nomi di Marco Minniti e di Matteo Salvini.

Nel tempo si sono aggiunti dei collaboratori di altri paesi europei, che pensavano di dare un tocco in più alla pièce, ma non hanno fatto che ingarbugliare la situazione e renderla ancora più drammatica, soprattutto per uno degli attori: il migrante.

Uomini, donne, bambini, minori non accompagnati, famiglie in cerca di una vita degna, lontana da guerre, persecuzioni, povertà, fame. Provenienti da Paesi lontani distrutti da conflitti interni ed internazionali e dagli interessi economici di paesi a noi vicini, distrutti dai cambiamenti climatici.

Arrivano in Italia dopo un viaggio spesso lungo anni, durante il quale hanno subito torture, violenze. Dopo aver rischiato la vita in mare o per terra nei boschi innevati, lasciando indietro morire mogli, mariti, figli, genitori, amici.

Arrivano in Italia e inizia la corsa a ostacoli per ottenere i documenti, per ottenere un rifugio sicuro, il riconoscimento di diritti a lungo violati.

Ma a questo punto il Migrante deve vedersela con le sue mani nude contro un altro protagonista del dramma in scena: il Burocrate.

Quello che rappresenta lo Stato ma a cui sembra che lo Stato abbia sussurrato in un orecchio “tu fai tutto lentamente, non avere mai fretta, prendi tempo, rinvia tutto, magari di un mese ogni volta, trova qualsiasi scusa per farlo, scritta o non scritta. Portali allo stremo, e alcuni se ne andranno, rinunceranno, o perderanno il lume della ragione. Sono troppi“.

E così il migrante inizia un nuovo viaggio, milioni di passi dentro un Ufficio Immigrazione, di cui la maggior parte a vuoto, inutili. Passi che durano anni.

Qui entra in scena l’Avvocato, costretto spesso ad argomentare su questioni impensabili in uno Stato di diritto: difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno spettante per legge, della carta d’identità, di un conto corrente postale, ritardi che impediscono di ricongiungersi con i propri familiari. Dinieghi di accoglienza per una madre con un bambino in fasce, appena giunti dalla guerra, giustificati da un “non c’è posto” o “oggi non c’è personale dedicato”.

Ma il Burocrate sa di avere davanti a sé persone in difficoltà, che stanno imparando la lingua, che hanno problemi a comprendere tecnicismi e cavilli, a reagire, a difendersi.

Il Burocrate ha un potere. Il potere di rendere la vita complicata a chi cerca semplicemente di rispettare le norme, a chi pazientemente subisce omissioni, ritardi, dinieghi immotivati, rimpalli di competenze.

Il più delle volte, per interrompere questo meccanismo perverso che tende all’infinito, l’Avvocato è costretto a intraprendere vere e proprie battaglie, per ottenere la mera applicazione di una legge esistente, quella per il riconoscimento del permesso di soggiorno, tante volte negato senza motivo, o un posto nel circuito dell’accoglienza, pur carente e inadeguato o l’assistenza sanitaria a parità di condizioni con i cittadini italiani.

Succede anche che il Migrante sia sconfitto dalla forza del burocrate e del sistema che rappresenta, che si arrenda esattamente come viene spronato a fare e si lasci andare a una vita di strada, di espedienti: la vita di strada può diventare la via che porta fuori dal rispetto della legge. Spesso si tratta di reati bagatellari; a volte si tratta di infrazioni ben lontane dalla soglia comunemente percepita di riprovevolezza del fatto.

Il Magistrato a volte non ha tempo neppure di alzare gli occhi dal codice, di leggere e valutare la storia personale. Il migrante finisce in carcere semplicemente perché non ha una casa, non ha soldi, non ha un lavoro, non ha documenti, e questo lo rende agli occhi del sistema più pericoloso.

Ancora una volta entra in scena l’Avvocato, per assistere il migrante sotto processo o detenuto, perché gli sia riconosciuta l’applicazione di una pena alternativa o semplicemente per fargli arrivare in carcere un pacco di indumenti puliti o dei soldi per acquistare un bagnoschiuma, un pacchetto di sigarette, o per fare una telefonata. Per comunicare con un educatore o assistente sociale in quelle carceri italiane dove non vi sono interpreti.

Per fare sapere alla sua famiglia che è vivo.

A volte, lo sforzo di emancipazione e dignità viene interrotto più in là: tutti i Migranti che riescono a intraprendere e completare, nonostante gli attriti di sistema, un percorso di inserimento e trovano lavoro e un datore che sembra essere una brava persona, una che rispetta le regole, ma che invece si rivela uno sfruttatore. E allora l’Avvocato prende carta e penna per rimettere le cose al loro posto, perché i diritti non siano negati, perché la dignità delle persone non sia calpestata.

Scrivere, leggere, parlare, spiegare, insistere, ripetere, e ancora scrivere, senza perdersi d’animo e con ostinazione.

In questo spettacolo tragico va in scena quotidianamente, sulle strade, nelle Questure, nelle Carceri, nei Tribunali, nei centri di accoglienza, negli ospedali.

Ringraziamo lo staff degli Avvocati di Baobab4Rights per essersi resi protagonisti, dalla parte giusta della barricata. di questa storia, affatto semplice.

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Qui una sintesi e i dati essenziali dell’attività di legal aid svolta durante questo anno difficile. importante per noi dare conto delle nostre attività e quindi dell’uso che facciamo del vostro prezioso supporto.

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