Cosa c’è sotto la neve della Bosnia

Dopo “soli” 22 mesi, la stampa italiana e l’establishment europeo scoprono l’orrore della rotta balcanica e le oscenità compiute al confine tra Bosnia e Croazia, con la benedizione dell’UE…non potendo raccontare dell’apertura della stagione sciistica o forse perché deve bruciare un campo affinché se ne parli, come a Lesbo.

E chissà se, come a Lesbo, si tratta solo di rumore destinato a passare di moda, tra politici, attivisti, reporter e opinionisti, oggi tutti – FINALMENTE – con gli occhi puntati ai Balcani.

Nel suo piccolo, Baobab Experience ha effettuato la sua prima missione in Bosnia a novembre 2019. Siamo tornati nell’inverno 2020.La prima immagine catturata del confine est della fortezza Europa è stata quella di un ragazzo seminudo di ritorno dal confine. Indossava solo una t-shirt perché il resto gli era stato tolto; la polizia croata lo aveva picchiato a sangue, rubato i risparmi, spaccato il telefono e costretto a far ritorno a Bihac a piedi nudi lungo i sentieri impervi e innevati.

Era sotto gli occhi di tutti.

È sotto gli occhi di tutti da tanto, troppo tempo:

la violenza e i pushback sistemataci di richiedenti asilo ad opera della polizia di confine;
le morti e le sparizioni durante il game;
la mercificazione del migrante, moneta di scambio tra Bruxelles e i paesi di frontiera: la folle strategia dei finanziamenti in cambio del contenimento dei flussi migratori;
la malagestione bosniaca dell’accoglienza, anche per alzare l’asticella del ricatto: campi concepiti per la sosta breve che diventano sovraffollati centri semi-dententivi;
l’ambiguità delle Organizzazioni Internazionali;
i raid negli squat dove i migranti respinti 10, 20, 30 volte, trovano riparo tra i detriti di edifici pericolanti;
il razzismo e l’intolleranza dei locali che si nutrono dell’inettitudine politica;
lo scaricabarile tra Unione Europea, Governo centrale bosniaco, Governi cantonali e i Comuni;
il freddo perché d’inverno fa SEMPRE freddo e le temperature sono già sotto lo zero;
l’impegno e la perseveranza dei solidali locali.

Non c’era il campo a Lipa. C’era il centro di Bira, con il suo denunciato sovraffollamento, le insufficienti condizioni igieniche, la ridotta libertà di uscire dalla struttura. Bira è stato sostituito dal campo profughi di Lipa, più lontano dal confine a disincentivare il game e più lontano dagli occhi dei cittadini del cantone di Una Sana. Or,a si pensa di riaprire Bira.
Carta vince carta perde.
È un bel po’ che giochiamo sul filo di quella che però solo pochi giorni fa è stata delineata come”catastrofe umanitaria”.
Come se continuare ad ammassare esseri umani ai bordi di un territorio possa generare chissà quali miracoli: l’eterogenesi dei fini EU, attraverso un collo di bottiglia di vite umane.

Da parte nostra, stiamo organizzando la terza missione in Bosnia, dove ripercorreremo le tappe della rete costruita nel tempo con gli attivisti locali, per rifornire i magazzini dei solidali e delle associazioni umanitarie operative sul territorio e costruire una testimonianza obiettiva e analitica, al di là del touch and go mediatico.

A presto! Avremo, come sempre, bisogno di voi.

Immagine del meraviglioso Mauro Biani

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