Molto rumore per nulla

Maggioranza di governo spaccata, opposizioni in preda a deliri rabbiosi, estenuanti giornate di trattativa e negoziazione, le lacrime della Ministra Bellanova: “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”.

Difficile e alquanto ipocrita parlare di “invisibili” quando le condizioni di semi-schiavitù e indigenza dei migranti sfruttati nelle campagne italiane sono sotto gli occhi di tutti, nelle testimonianze degli attivisti e nella cronaca quotidiana.207.542 domande di regolarizzazione ricevute. Tra queste, il 15% ha riguardato il lavoro subordinato, ovvero il fulcro teorico della misura governativa: solo un bracciante ogni cinque, tra gli sfruttati e vessati delle campagne italiane, è riuscito a presentare la richiesta. E non contiamo gli altri 400.000 schiavizzati a metà (contratti per poche giornate, a pochi euro e nessun accesso ai sussidi).

Nessuna sorpresa. Cosa avremmo potuto aspettarci da una regolarizzazione che prevedeva come requisito il paradosso? Che uno schiavista, improvvisamente pentito, si piegasse al diritto e scegliesse autonomamente di pagare una tassa di 500 euro (più di quanto abbia mai dato in un mese a qualsiasi bracciante), di concedere una retribuzione dignitosa, orari umani e versare i dovuti contributi? O forse che (altra opzione prevista nel Decreto Rilancio) il bracciante, costretto al lavoro sommerso, senza contratto o con un contratto fittizio, fosse in grado di provare di aver passato ore e giorni sotto il sole cocente a raccogliere il nostro made in italy?

Nulla, se non l’imbarazzo provato nel dover spiegare ai migranti della comunità di Baobab Experience – i quali sul passaparola e sulle indiscrezioni sul decreto avevano poggiato le proprie attese e speranze – che no, il decreto non contempla minimamente i settori della ristorazione, dell’edilizia, quello alberghiero, ovvero gli ambiti in cui sono impiegati, legalmente o illegalmente, gli stranieri che vivono nelle aree urbane.

Nulla, se non il disagio del dover disincentivare i viaggi della speranza nelle campagne pontina e foggiana, nella rincorsa a una regolarizzazione nel più dei casi impossibile o semplicemente alla ricerca di quei 2 euro l’ora, che nonostante le condizioni lavorative e di vita disumane, restano comunque “meglio di niente”.

Nulla, se non il dolore di raccogliere testimonianze di raggiri e storie di racket, di sanatorie promesse o vendute a prezzi indicibili: quasi un’occasione per dare più potere al caporalato che si e’ detto voler combattere.

“Furore” di Steinbeck, senza l’illusione narrativa, ma solo la nausea per un mondo che continua a essere normato da chi dà prova o finge di non conoscerlo. Perché chiunque avrebbe compreso quantomeno l’esigenza imprescindibile di una presenza in loco di funzionari statali e comunali a garantire supporto nelle pratiche burocratiche e a monitorare e incentivare l’applicazione del decreto. Sempre che lo scopo fosse l’emersione e non, ad esempio, scongiurare la crisi del comparto agricolo, garantendo, sempre ad esempio, agli imprenditori del settore di “poter reclutare velocemente personale” – come, casualmente, disse il sottosegretario al Lavoro, Di Piazza.

Del resto, “metti che tu hai lavoro per un operaio, e che per avere quel posto si presenta solo uno. Ti tocca dargli la paga che vuole. Ma metti che si presentano in cento […]. Metti che quei cento hanno dei bambini, e che quei bambini sono affamati. Metti che dieci centesimi bastano per comprare un po’ di farina di mais a quei bambini. Metti che cinque centesimi bastano per fargli mettere almeno qualcosa sotto i denti. […]. Tu offrigli cinque centesimi, e vedi se non s’ammazzano tra loro per avere i tuoi cinque centesimi“.

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