File interminabili, rifiuti ingiustificati, abusi di potere: cosa significa essere un rifugiato in attesa di risconoscimento.

Lunedì 30 Luglio ore 7 del mattino: è già caldissimo fuori dagli squallidi cancelli dell’ufficio immigrazione.
Sono passati 3 mesi dalla nostra campagna Questura Aperta ma purtroppo nulla è cambiato, anzi al motore già ingolfato della burocrazia, con il nuovo Governo è montato un clima di intolleranza, arroganza, menefreghismo.
Una violenza non solo fisica, ma verbale, istituzionale. Una violenza quotidiana che colpisce gli stranieri e che colpisce tutti noi, stranieri in una patria senza più rispetto e pietà neanche per i suoi figli.

Ieri davanti a quei cancelli, come ogni mattina un’umanità intera si accalca in attesa dell’apertura delle porte. Fuori non ci sono bagni, non ci sono distributori d’acqua, si attende già esausti: qualcuno lì ha passato una notte intera.
Esausti ma mai rassegnati c’eravamo anche noi con loro, ad accompagnare Mahmoud, un signore palestinese con un figlio 17enne al seguito. Per lui, già da un mese nelle tende al campo informale di piazzale Maslax, l’accesso alla procedura era stato negato senza alcun motivo plausibile: per 3 volte la fila, l’attesa, non erano servite a nulla, la loro richiesta evasa.
Per questo ieri mattina abbiamo pensato che fosse meglio assisterli per assicurarci che la richiesta di protezione fosse presentata correttamente e per avere chiarimenti sui precedenti rifiuti.

Mahmoud viene dal Libano, dove è stato già riconosciuto rifugiato UNRWA, ha provato a ricostruirsi una vita in Germania, dove però per lui le condizioni con il solo permesso di non rimpatrio, non sono migliorate. Così è venuto in Italia nella speranza che una commissione d’esame gli riconoscesse finalmente uno status. Uno status da cui ricominciare insieme alla sua famiglia, nella cara e amara legalità, tanto decantata da chi ci governa, che però nulla fa per snellire i tempi di riconoscimento.

Una volta entrati, con circa 200 persone attendiamo in una sala con una capienza per la metà: stipati gli uni sugli altri, aspettiamo per ore infinite di essere ricevuti. Noi eravamo in tre e abbiamo fatto a turno a stare dentro così da non perdere la chiamata; il rischio è di dover ricominciare tutto da capo.
Dopo 9 ore di attesa, sì 9 lunghissime ore, in cui tra il caldo e la tensione avremmo desiderato piangere per la disperazione, non sono mancate polemiche e allarmanti abusi di potere, siamo stati finalmente ricevuti e Mahmoud ha ottenuto il riconoscimento che gli spettava. E allora cosa non andava bene le volte precedenti?
“La polizia di stato è al servizio dei cittadini” ci ha risposto stizzita una funzionaria, eludendo però la nostra domanda. Volevamo solo capire perché i suoi colleghi avessero rifiutato per ben 3 volte la richiesta d’asilo, benché correttamente presentata, ad un padre con un figlio minore al seguito. Finché le cose non cambieranno, finché finalmente la burocrazia diventerà davvero al servizio dei cittadini, di tutti i cittadini, esisteranno campi profughi, parcheggi per un’umanità senza riconoscimento, come Piazzale Maslax.

Una cosa è certa, se non fossimo stati al loro fianco, italiani, membri di Baobab Experience, avrebbero avuto un altro diniego. Invece dopo 9 ore di strazio siamo usciti vittoriosi.
Mahmoud ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, il suo sorriso è il nostro compenso e quelle tostissime, afose, 9 ore di attesa passate insieme, solo un assaggio di quanto sia dura e ingiusta la vita di un rifugiato.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Giancarlo Pavesi incerti ha detto:

    Grazie, grazie infinitamente grazie. Perché la Questura permette queste situazioni di estremo disagio?

    Mi piace

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