Lasciati soli

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La neve si è sciolta, il freddo è finito, la buriana è passata, e possiamo pensare all’estate. Cessata esigenza, si dice, ma a noi è chiaro che non è così, anzi.
Il primo maggio, la tendopoli di Via Ramazzini, allestita dalla Croce Rossa inizialmente per la prima accoglienza dei migranti e utilizzata successivamente, in convenzione con il Comune di Roma Capitale, per la gestione della “emergenza freddo” per senza fissa dimora e senza tetto, ha chiuso i battenti.

I primi dati diffusi sui numeri di Via Ramazzini parlano di 411 persone, 131 italiani e 280 stranieri delle più varie provenienze, che dal 17 gennaio ad oggi hanno trovato posto nelle casette-container del centro.
Al 30 aprile, ultimo giorno di attività del centro, le persone ancora presenti erano 170. Di queste, 35 “fragilità”, come graziosamente il Comune definisce anziani, malati, donne con minori, avrebbero trovato posto nel sistema di accoglienza, insieme ad 8 (sì, otto) senza fissa dimora.
Il che, più o meno, significa altre 120 persone rimesse in strada da un giorno all’altro. Ritornate invisibili.
Perché strada e invisibilità pare siano l’unica soluzione che il Comune di Roma riesca a fornire.

E tra le tante strade invisibili di Roma, in cui stime prudenti indicano in almeno diecimila gli uomini e donne di ogni età e nazionalità in assoluta emergenza abitativa, c’è anche quella dove noi, da anni, gestiamo un altro vuoto istituzionale.
Dal settembre 2017 ad oggi il campo informale di Baobab Experience ha accolto 1082 persone che nel 97% dei casi erano richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e umanitaria, oppure migranti in transito verso altre destinazioni. Quest’ultimo dato che a partire da novembre 2017 ha registrato 597 migranti al 6 maggio, provenienti dall’Eritrea (78%) e dal Sudan, è cresciuto esponenzialmente, confermando la necessità di un intervento istituzionale che manca completamente.

Ed è così che, mentre gli arrivi sono stati costanti durante tutto l’inverno, e stanno riprendendo ad aumentare con l’avvicinarsi dei mesi estivi, ci siamo ritrovati a confrontarci non solo con un sempre maggior numero di migranti in transito o respinti in Italia da altri paesi europei per gli accordi di Dublino, ma a toccare con mano il gonfiarsi di un’emergenza sociale e abitativa che è la somma di tutte le mancate risposte delle istituzioni e della politica di questa città.

Avere, oggi, al presidio umanitario di Piazzale Maslax, persone con con esigenze serie, molto serie di emarginazione e disagio sociale molto diverse da quelle per cui per cui la nostra associazione è stata costituita, è lo specchio di questi tempi incerti, confusi e tragici, in cui le politiche sociali mostrano senza pietà il loro fallimento, questo sì senza confini.
Situazioni complesse, estremamente difficili, per le quali ben altre tipi di interventi sociali e sanitari, ben altre strutture e ben altre competenze servirebbero.
E mentre la risposta standard del Comune di Roma è quella di sempre, la stessa di Via Cupa, la stessa di Piazzale Spadolini, la stessa di Via di Vannina, la stessa di Piazza Santi Apostoli, di Via Curtatone, e ora di Via Ramazzini, chiudere le porte a chi ha bisogno, senza soluzioni alternative durature, noi ci troviamo a fronteggiare una situazione sempre più critica in cui i numeri sono sempre più alti, ma sono soprattutto sempre più complesse le situazioni delle persone che hanno trovato spazio e riparo dalla pioggia di questi giorni.

E vogliamo dire chiaro e forte, qui, che si tratta di situazioni complesse di cui questa città deve farsi carico, e di cui deve assumersi ogni responsabilità, per quanto sta avvenendo da anni e per quanto potrebbe avvenire domani.

Baobab Experience è nato per uno scopo: tutelare i diritti di quelle persone che, in viaggio verso una nuova vita, sono schiacciate da un sistema inumano di barriere e respingimenti. Lo abbiamo fatto in questi tre anni con grande sacrificio e accompagnati solo dalla grandissima solidarietà dei cittadini che ci sono stati vicini dal basso, nel più totale vuoto istituzionale. Lo abbiamo fatto con entusiasmo, investendo e rischiando del nostro in ognuna delle mille iniziative di tutela dei diritti e di supporto e assistenza che abbiamo saputo mettere in atto, per più di settantamila persone in tre anni.
Ma oggi, mentre la litania del Dipartimento alle politiche sociali del Comune “stiamo già lavorando” suona come un’eco nel nulla, e mentre ci ritroviamo a dare un piatto di pasta a tutti senza distinzione di nazionalità, vogliamo dire forte e chiaro alle istituzioni centrali e locali che hanno la responsabilità di quanto avviene nel nostro territorio che siamo in piena emergenza, che i numeri sono esplosivi, e che non è più il tempo delle false soluzioni e delle menzogne.

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