LA SCELTA DI MARCO

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Dal 1990 ad oggi lungo le frontiere europee sono morte oltre 30mila persone cercando di attraversare il Mediterraneo. Vittime in gran parte sconosciute. Il 60 per cento di loro resta senza nome e senza un’identità. Vittime certamente dell’indifferenza e delle politiche del rifiuto della fortezza Europa.
– “Il mare mi ha sempre fatto paura ma ancora di più mi ha fatto paura chi ha potuto mandarci a morire con il gommone sgonfio e il serbatoio mezzo vuoto e chi ha pensato anche solo per un momento di permettersi di non salvarci”, diceva un uomo del Sudan.
Si perché una grande responsabilità di questa strage infinita è proprio del vecchio continente, di chi ha pensato di giocare con le vite degli altri per conservare un posto in parlamento. Nel frattempo centinaia di testimonianze e di servizi giornalisti, ci indicano una realtà ben peggiore, una verità che molti hanno tentato di nascondere e che invece per fortuna sta venendo fuori. Qualcuno dice “benvenuti all’inferno” pesando alla Libia, a quel paese che costituisce una delle tappe più importanti dei flussi migratori, dove dal governo alle milizie, fino alle più insignificanti bande criminali lucrano sul traffico di esseri umani.

-“Appena arrivati siamo stati arrestati, non avevano divise, erano solo arabi con facce cattive…avevo una bimba di appena pochi mesi che è morta di fame perché non ci davano da mangiare e non avevamo soldi per pagare la nostra libertà. Non ho più visto il suo corpo e non so se lo hanno seppellito”, dice una donna proveniente dalla Nigeria di appena 25 anni.

In Libia si muore, di fame di botte, nella totale indifferenza di molti.
In Libia la storia è tornata indietro; gli schiavi si possono acquistare sulla strada in pubblica piazza, si lavora senza essere pagati e quando va peggio rimani sequestrato per oltre tre anni, anche se sei un minore. Nessuno ti guarda in faccia devi pagare e se non lo fai, perché sei orfano oppure la tua famiglia non ha soldi a sufficienza da mandare, prendi le botte, le bastonate e le “sigarette spente sulle braccia”.
Accade quando al telefono qualcuno può sentire, e tue urla di dolore sono rivolte a loro “cosi pagano” ed è da questo inferno che sono state salvate le oltre 160 persone che sono arrivate in Italia con un volo l’altro giorno.
Un segnale certo di grande speranza. Ci fa pensare che l’indignazione abbia fatto finalmente breccia nell’opinione pubblica spingendo a un’operazione di carattere umanitario. Dimostra che sono operazioni possibili e sicure, che danno un segnale di grande responsabilità.

Ma non crediamo sia l’inizio di una nuova stagione e pensiamo sia utile fare una riflessione. L’operazione natalizia targata CEI, con il sostegno del governo italiano e dell’UNHCR, ha permesso a 162 persone di essere accolte in Italia che, come titola l’Avvenire, sono di “donne, bambini e anziani selezionati dall’Acnur” e “che hanno diritto alla protezione internazionale”. Si tratta infatti di richiedenti asilo provenienti da Somalia, Eritrea, Yemen ed Etiopia, cittadini di stati in guerra da anni. “Selezionati”, avete letto bene. E’ inquietante visto che parliamo di persone in pericolo di vita.

Leggiamo in questa operazione il maldestro tentativo di trasferire all’esterno delle proprie frontiere le procedure di selezione dei richiedenti asilo, che in questo caso potrebbero avvalersi soltanto delle previsioni più restrittive della Convenzione di Ginevra del 1951, piuttosto che delle norme della stessa Unione Europea e dei singoli paesi in materia di protezione internazionale e protezione temporanea.

Ancor più inquietante è il tentativo del ministro Minniti di rivendicare il merito di questa operazione: domani è Natale ma la campagna elettorale per le elezioni politiche di primavera è già iniziata da mesi. Dobbiamo impedire che la narrazione di questo “volo storico” venga resa tossica, che si parli di questo gesto come un grande atto umanitario messo in opera dal ministro degli interni.
La verità è che Minniti, da quando si è insediato al Viminale, si è presentato come l’uomo forte della provvidenza, il pragmatico uomo di Stato, colui che risolve problemi. Ha rivendicato ad ogni occasione i suoi accordi con la Libia, ha sempre difeso la sua scelta di far aprire lì dei centri per fare in modo che i migranti non si imbarcassero verso l’Italia.
Il volo organizzato da UNHCR con i 162 richiedenti asilo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, il fallimento totale delle sue politiche. Dopo aver cercato aiuto in Al Sisi, in barba al dolore della famiglia Regeni e alla verità sulla morte di Giulio che ancora non c’è, sono dovute intervenire le Nazioni Unite (storicamente attendiste) per iniziare a portare via le persone dall’inferno dei lager libici che il ministro degli interni ha contribuito a creare, quei lager che sono il perno delle politiche sull’immigrazione alle quali sta lavorando da quasi un anno.
Ha poco da rivendicare, quindi, Minniti. Dovrebbe invece dimettersi di fronte alla certificazione internazionale delle violazioni dei diritti umani di cui si è reso complice, davanti alla pubblica evidenza che le soluzioni da lui create sono fallimentari.

Sappiamo che è Natale e sappiamo che l’idea che 162 persone possano ora sentirsi al sicuro ci dovrebbe confortare, ma non possiamo dimenticare che ne rimangono migliaia, fantasmi e vittime dell’ipocrisia della politica e che dal basso cercheremo di continuare a ricordare per tentare, nel nostro piccolo, di poterle salvare. Perché è necessario ribadire che l’apertura di canali legali e l’avvio di concrete operazioni di resettlment e di voli umanitari, legata ad un approccio di accoglienza europeo, è l’unico modo di salvare le vite.

Buon Natale.

Foto di Danilo Balducci

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