IUS SOLI

Ancora una volta, la codardia e l’inettitudine hanno prevalso. Ancora una volta, la parola chiave è paura. In questo caso, quella che serpeggia tra le fila del partito di maggioranza di un Parlamento che ha vissuto, nuovamente, la farsa del rinvio a data da destinarsi del voto sulla legge sulla cittadinanza.

Mentre ancora continuano a volare gli stracci tra i vertici del PD, e mentre nella maggioranza di governo si misurano gli equilibri del solito mercato di contrattazione tra Ius Soli, manovra economica, legge elettorale, quello che rimane è che, ancora una volta, il senso della decisione è quello della negazione di un diritto.

Eppure, sarebbe fin troppo facile ragionare sui vantaggi derivanti da politiche che aiutino chi è nato nel nostro Paese ad entrare a far parte del suo tessuto sociale. La concessione della cittadinanza è il più efficace modo di integrare chi vuole intraprendere quel percorso di avvicinamento e di solidarietà con la comunità che ospita. Negare che questo diritto possa essere acquisito per nascita è un’ennesima dimostrazione di arretratezza, ed è il supporto irrazionale di pensieri e movimenti neofascisti e xenofobi che, almeno in uno stato civile e di diritto quale il nostro pretende di essere, dovrebbero essere contenuti invece che alimentati.

Ma tant’è. Continueremo così a ritrovarci con quasi cinque milioni di Italiani residenti all’estero a cui concediamo il diritto di voto, tra i quali tanti che magari non conoscono una parola della nostra lingua e sono i discendenti di bisnonni emigrati (questo bisognerebbe ricordarlo bene) decine di anni fa. E allo stesso tempo, negheremo ancora a chi è nato e vive da cittadino del nostro Paese di poterlo scrivere sui propri documenti.

E pur volendo ipoteticamente continuare a sostenere l’idea che la nostra “italianità”, qualunque cosa significhi, dovrebbe essere concessa solo in base alla trasmissione ereditaria di qualche tipo di genoma italico, basterebbero la logica ed il senso comune a convincere una società meno terrorizzata della nostra che il senso di appartenenza ad una comunità favorisce l’integrazione e la convivenza pacifica, e riduce il rischio di marginalizzazione, estremizzazione e terrorismo.

Ma la parola d’ordine è paura, e la prima vittima della paura è il buon senso.

È ormai una paura diffusa, estesa, propagatasi ormai in tutti i settori della nostra società, come dimostrano tutti i sondaggi, e non solo della nostra.

Proprio nei giorni in cui in Parlamento si affossa lo Ius Soli, assistiamo ad altri mercimoni di diritti in America, dove Trump ricatta gli 800.000 “dreamers” – giovani entrati nel territorio USA a seguito di genitori “irregolari” ed al momento ancora a rischio deportazione – il cui destino è appeso alla concessione del parere favorevole al progetto presidenziale del muro alla frontiera con il Messico.

E lo stesso sta accadendo in Gran Bretagna, dove persino un riesumato Tony Blair cerca di riguadagnare visibilità sconfessando le sue stesse politiche sull’immigrazione e sostenendo che il post-Brexit dovrà vedere regole molto più rigide di quelle attuali, cioè di quelle introdotte dal suo Governo quando era Primo Ministro.

Si scoprono i giochi. La paura è il grimaldello attraverso cui smontare le politiche e rimontarle a piacimento, ma sempre a senso unico.

La paura, tanto evocata dal nostro Ministro dell’Interno con abili doppiogiochismi dialettici, è ormai l’arma finale, l’ultima risorsa, l’ultima leva a disposizione di un sistema fuori controllo che si trova ineluttabilmente di fronte alla propria assoluta incapacità di governare persino le piccole questioni quotidiane locali, figuriamoci le complesse questioni globali dei nostri tempi.

È la paura ad accomunare tutto ciò che, oggi, è il nemico facile di turno, che si tratti di figli di cittadini stranieri nati in Italia, rifugiati titolari di diritto di asilo politico, migranti in viaggio, esclusi e marginalizzati di ogni tipo.

Di fronte a tutto questo, noi non abbiamo risposte. Ma sappiamo una cosa: chi oggi, a parole, pronuncia dure condanne contro il rinvio del voto sulla cittadinanza, o si schiera contro gli sgomberi selvaggi delle nostre città, gli attacchi alle ONG e la militarizzazione del Mediterraneo, o le politiche razziste ed assassine degli accordi sporchi e prezzolati con Erdogan e capitribù e trafficanti libici, è forse il caso che prenda coscienza del fatto che non è più solo con appelli, rapporti, tavoli e manifestazioni cittadine che si resiste a tutto questo.

Serve ormai capire che i rapporti di forza sono quelli che sono, e che la lotta, per chi vuole combatterla, deve essere condotta sul campo, per strada, ad ogni frontiera, ad ogni sgombero, in ogni situazione dove le parole non servono più a nulla, ma bisogna esserci, e resistere lì, insieme a loro, i nemici di turno.

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