Lettera al Prefetto di Roma del 12 Novembre 2016

Durante la manifestazione dei migranti e degli attivisti di sabato 12 novembre, una delegazione era accompagnata presso il palazzo sede della Prefettura e consegnava all’ufficio preposto questa lettera. Il giorno 16 novembre, un altro sgombero smantellava le tende e i gazebo allestiti dalle associazioni e dai cittadini presso Piazzale Spadolini, alle spalle della stazione Tiburtina. Un attivista veniva multato per “occupazione di marciapiede”, erano promessi nuovi sgomberi e venivano minacciate denunce. 

 

Alla cortese attenzione di S.E. il Prefetto di Roma, dott.ssa Paola Basilone

Il Presidente della Repubblica, rivolgendosi ai Prefetti, ha affermato che sia necessario rimuovere gli alibi a quei Comuni che non accolgono i migranti richiedenti protezione internazionale. Il percorso è ancora lungo verso una condivisione di intenti tra le istituzioni e la cittadinanza, nelle grandi come le piccole città.

Purtuttavia assistiamo, nel comune della Capitale, ad un incoerente scarico di responsabilità rispetto alla questione dei migranti in transito, ove è impossibile distinguere tra gli esiti della mancanza di un disegno politico e l’inconcludenza della persecuzione dell’”ordine pubblico e del decoro” ad ogni costo: identificare chi è già stato identificato, sgomberare ciò che la cittadinanza solidale ha costruito per proteggere e integrare,  vietare e smantellare tutto ciò che possa servire a contrastare le piogge e il gelo, “portare la legalità” dove c’è la solidarietà, per di più senza rispettare la legge. Una lotta senza quartiere con atipiche forme di stigma verso migranti fuori dai circuiti di accoglienza. Uomini armati ad afferrarli per l’ennesima volta, ore ad attendere una nuova identificazione presso l’ufficio che dovrebbe rilasciare in capo a pochi giorni documenti per richiedenti protezione internazionale e che invece si limita ad effettuare altri rilievi foto-segnaletici, talvolta interrompendo la normale procedura già conquistata dai migranti accampatisi per notti davanti ai cancelli di una Questura che accetterà solo dieci richieste, selezionando gli utenti per nazionalità. Senza contare che chi espia questa pena, più e più volte, continua a trovarsi poi “accolto” su di un marciapiede, nel retro di una stazione ferroviaria, o con un “invito a presentarsi entro giorni tre presso la Questura di Taranto”.

È evidente che sia necessario compiere una migliore informativa legale su diritti e i doveri a chi viene salvato dal mare, ad evitare che siano malintenzionati ad inventarla per proprio lucro, quando -spesso- queste persone cadono in lacune del sistema e sono lasciate a se stesse in terre sconosciute. È inoltre necessario tutelare chi tenta un nuovo viaggio verso la capitale, meta o tappa verso il Nord Europa.

Non si contano gli intoppi e le falle del programma europeo di relocation. Ciò che doveva alleviare i Paesi di primo approdo, vede invece migranti in attesa per mesi, senza sicurezza di raggiungere la nazione dove la persona ha già i propri affetti. Nel nostro caso, li vede per settimane dormire in strada, perché è lo stesso Ufficio Stranieri il primo impedimento da superare. Talvolta sono state le operazioni di Polizia con la mediazione degli attivisti a portare i migranti verso l’avvio della procedura.

Ma perché allora non allestire un campo che assicuri condizioni dignitose dove sia possibile capire da fonti certe quale sia la via da intraprendere? Prendiamo atto, con rammarico, che i Paesi confinanti alzino muri. Che i migranti non siano liberi di raggiungerli se non in clandestinità. Sappiamo che gli accordi internazionali non cadono nella competenza del Prefetto di Roma, eppure non possiamo tacerLe ciò che -da oltre un anno- viviamo e affrontiamo nel territorio di Sua responsabilità, da cittadini; con vergogna, constatando che lo Stato non riesca, ma con forza, perché esso non è una categoria astratta, ma l’insieme di coloro che ne realizzano i fini.

Continuiamo a gridare contro l’immobilismo rispetto alla questione dei transitanti. Non si può proseguire nella finzione che queste persone non esistano: esse sono esseri umani e come tali vanno trattate. Ci sarà il momento di esporre i percorsi di legalità, ma ciò è impossibile senza conquistare la loro fiducia dando un luogo dignitoso per la notte, la possibilità di curare la persona, nel corpo e -soprattutto- nella mente. Non è questo un degrado da combattere? Non è forse questo un rischio maggiore per la collettività?

 

 

Ogni giorno incontriamo migranti, in larga parte eritrei. Fuggono dalla leva a vita e da una dittatura, dove non è garantito l’esercizio delle libertà democratiche, come loro stessi ci hanno ricordato, citando la nostra Costituzione e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Eppure, continuano, “non vediamo altro che questo marciapiede. Sentiamo l’affetto dei volontari, ma non riusciamo a vederla, questa democrazia”.

Ci troviamo costantemente di fronte ad un paradosso. Quello per cui, in via emergenziale, agendo per ciò che è di interesse della cittadinanza, ci sentiamo più vicini a queste persone di quanto non riesca ad esserlo lo Stato che per sua legge stabilisce di averne la competenza. Lo scrivono, a mesi di distanza, che tra di noi, anche dormendo su una brandina a via Cupa, anche in una tenda abusiva, hanno ritrovato fiducia nell’uomo, dopo mesi e mesi di disumanità e alienazione.

Le chiediamo se, finalmente, Roma si impegnerà per garantire condizioni degne ai migranti transitanti, come Milano e Parigi insegnano. È necessario smettere di navigare a vista, cessare di annunciare goffi adattamenti di misure destinate alla popolazione senza fissa dimora alle esigenze delle persone riunitesi pacificamente davanti al palazzo del Governo. Chiediamo, medio tempore, la fine degli sgomberi dei presidi di solidarietà informali dei cittadini e delle associazioni, nonché vigilanza e un forte indirizzo che faccia mutare direzione rispetto ai ritardi e i blocchi da mesi entrati nelle prassi dell’Ufficio Stranieri e da noi denunciati.

Rinnovando, ancora una volta, un appello alla lungimiranza e al buon governo, chiediamo la creazione di una politica strutturata per porre fine ad una bruciante sconfitta per lo Stato che dal Suo Ufficio viene rappresentato.

 

 

Roma, 12 Novembre 2016

 

Le attiviste e gli attivisti di Baobab Experience

 

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