Per questo nasce Baobab 2

Il Baobab rinascerà.

Con buona pace del commissario prefettizio di Roma, Francesco Tronca, che prima l’ha fatto sgomberare, poi ha promesso una nuova sistemazione, infine ha disatteso ogni impegno.

E rinascerà a pochi passi dallo spazio in cui, per molti mesi, l’anno scorso ha rappresentato un modello di accoglienza e di efficienza nell’accoglienza dei migranti: con una rete di volontari (tra cui medici e psicologi), un coinvolgimento dei cittadini che portavano cibo, medicine e vestiti, un collegamento virtuoso con altre organizzazioni che si occupano di immigrazione, da Save The Children a Medici Senza Frontiere, da Pediatri per l’emergenza agli Avvocati di strada, fino a padre Konrad, l’elemosiniere del Vaticano.

Rinascerà perché ce ne sarà presto molto bisogno: con il bel tempo ricominciano gli sbarchi, si sa; e i nuovi fili spinati costruiti sulla rotta balcanica porteranno molti profughi a lasciare la Grecia in direzione Albania e di lì sbarcare sulle coste adriatiche del nostro Paese, Puglia in testa.

Un flusso che si aggiungerà a quello “tradizionale” che dai Paesi subsahariani e dal Corno d’Africa arriva in Libia e quindi in Sicilia.

Decine di migliaia di persone in fuga dalla guerra e dalla fame che da queste regioni del mondo cercheranno di salire poi verso il nord Europa – sono al 99 per cento “transitanti” – e che tuttavia per diversi giorni di qui appunto transitano: e hanno pertanto bisogno di un posto dove dormire, mangiare, riprendersi da viaggi allucinanti che spesso comprendono settimane di sete nel deserto, botte per gli uomini e per le donne stupri.

L’anno scorso dal Baobab sono passate 35 mila persone. Che non vi hanno trovato solo un rifugio per la notte, medici, cibo e aiuto legale: ma anche abbracci, scherzi, un pallone con cui giocare, un pianoforte da suonare. Insomma umanità: il primo ingrediente di ogni accoglienza che voglia dirsi tale; e l’arma più potente contro la cosiddetta “guerra di civiltà”, con tutto ciò che ne deriva.

Poi, appunto, Alfano ha voluto chiuderlo: per raccattare consensi a destra, quella estrema e xenofoba. E fingendo di non sapere che i volontari del Baobab svolgevano un servizio non solo per i migranti ma anche per noi autoctoni, evitando che migliaia di persone vagassero per la città e dormissero per strada. Fingendo di non sapere insomma che il Baobab suppliva a una lacuna dello Stato: che a Roma non ha nemmeno lontanamente messo in piedi una struttura di accoglienza sufficiente per il numero di transitanti che arrivano in città.

A proposito: dopo lo sgombero del Baobab – nel dicembre scorso – nella capitale non è cambiato niente. Nel senso che tutte le promesse delle istituzioni di attrezzare un’altra area in vista degli arrivi si sono rivelate bugiarde. Zero: siamo come ad aprile dell’anno scorso. Con la differenza che quest’anno si prevedono sbarchi maggiori, come si diceva, per via dei nuovi muri in Europa orientale.

Per questo al Baobab hanno deciso di far da sé: prima che sia troppo tardi, prima che i giornali ricomincino a titolare sull'”emergenza”, come se non sapessimo che con il bel tempo e il mare calmo gli esodi si moltiplicano.

Quindi nascerà Baobab 2: negli spazi abbandonati da otto anni dell’ex Stabilimento Ittiogenico, sempre a due passi dalla Tiburtina.

È un edificio di fine Ottocento, dove – come dice il nome – un tempo si allevavano pesci. Una volta abbandonato, è stato per un periodo un dormitorio informale e degradato di senzatetto. Infine l’hanno murato per evitare che appunto ci stessero i disperati. Oggi non serve a niente: è lì, dismesso, inselvatichito, in parte ridotto a discarica. È di proprietà della Regione e ha un giardino attorno: al momento una giungla di sterpaglie, ma abbastanza grande perché – mentre si restaura l’edificio – ci si possano mettere tende, materassi, cucine da campo, un ambulatorio.

Baobab 2 sarà qualcosa di più e di diverso da un semplice centro per transitanti. Lo sarà per l’esperienza di umanità e di efficienza che i volontari del Baobab hanno maturato l’anno scorso; per le relazioni che in quei mesi hanno intessuto con le altre associazioni che si occupano di migranti, a Roma ma anche in Sicilia, in Puglia, al Brennero, a Ventimiglia; lo sarà per il rapporto creato con una fetta di cittadinanza romana – minoritaria, ma significativa – che ha sostenuto il Baobab portando ogni giorno cibo, medicine e altro.

Lo sarà infine per il progetto di creare all’ex Ittiogenico una vera cittadella dell’accoglienza, con un Museo della migrazione aperto anche alle scolaresche, come quello che aprirà l’anno prossimo a Berlino: con lampeggio delle istituzioni, lì. E l’obiettivo è anche coltivare continui interscambi con il quartiere e la società fuori: attività didattiche, concerti e feste, iniziative culturali e sociali. Insomma il contrario esatto del “ghetto”.

Ah, intanto, per capirci, al Baobab continuano ad arrivare esseri umani di ogni età: anche se gli sbarchi robusti non sono ancora ricominciati, e anche se i volontari non hanno al momento una sede.

Arrivano in quella vecchia, in via Cupa, sette-otto migranti al giorno, dall’Africa e dall’Afghanistan, e dalla Siria naturalmente. Arrivano con un foglietto in tasca in cui si sono scritti l’indirizzo – quello vecchio appunto – grazie al tam tam di chi ci è passato, e che adesso è in Germania o in Svezia ma ha parenti e amici nei luoghi da cui è scappata.

Giusto ieri si sono presentati quattro ragazzini, tutti minorenni, tre dall’Eritrea e uno dal Gambia. Al cancello di via Cupa c’è sempre qualcuno ad accoglierli, sotto un tendone da ambulanti, anche se nello stabile sgomberato non si può rientrare. A ogni arrivo, inizia un giro di telefonate per cercare un posto per la notte: i quattro ragazzini l’hanno trovato grazie a una chiamata a Save The Children, dalle parti di piazza Fiume. Ma lì ci sono trenta posti letto e fra qualche settimana ne arriveranno trenta all’ora.

Per questo nasce Baobab 2.

Auguri di cuore: e quando ci sarà bisogno di aiuto, credo che si risponderà in tanti.

Di nuovo, e anche più dell’anno scorso.

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