Eritrea. Dittatura o diaspora libera: per Italia e Ue è tempo di scegliere

Oltre il 25 per cento dei migranti arrivati in Italia nei primi nove mesi di quest’anno sono eritrei. In sostanza, più di uno su quattro. E la tendenza è in crescita: rispetto al 2014 si registra un incremento di 2/3 punti percentuali mentre le stime di varie organizzazioni (Unhcr, Oim).

parlano di una media di almeno 5 mila fughe al mese, soprattutto di ragazzi e di famiglie con bambini piccoli.

Un autentico esodo che conta quasi 400 mila profughi su una popolazione che non arriva a sei milioni. Se si aggiungono i migranti della prima diaspora, quella di prima dell’indipendenza, si scopre che vive all’estero un eritreo su 6/7. Secondo alcune inchieste giornalistiche, addirittura uno su cinque.

L’Eritrea sta perdendo intere generazioni, come ha denunciato anche la coraggiosa lettera pastorale firmata da tutti i vescovi in occasione della Pasqua 2014. Per il paese è l’equivalente di una lenta condanna a morte. Al di là dei drammi individuali di migliaia di uomini e donne, è la tragedia di un intero popolo, costretto a disfarsi delle sue energie migliori: umane, intellettuali, economiche. “È come se il mio paese si stesse dissanguando. Sempre più in fretta… Fino a non avere più futuro. A morire, insomma”, spiega Abel, un ragazzo di Asmara rifugiato in Italia già da tre anni.

Una morte causata da una specie di omicidio-suicidio. Come cerca di evidenziare il saggio “Ciò che mi spezza il cuore”, pubblicato nel volume “Migranti e Territori” (Ediesse, 2015), responsabili di questa tragedia sono proprio parte degli stessi esponenti della nuova classe dirigente – a cominciare dal presidente Isaias Afewerki – uscita dalla guerra di liberazione vinta nel 1991 contro l’Etiopia e che, con la proclamazione ufficiale dell’indipendenza nel 1993, aveva suscitato mille speranze non solo per l’Eritrea ma per l’intero continente africano. Speranze poi affossate da un regime diventato progressivamente una delle più feroci dittature del mondo.

Ecco perché fuggono in così tanti. È eloquente, in proposito, il recente rapporto della Commissione Onu sui diritti umani, frutto di una minuziosa inchiesta protrattasi per otto mesi, con l’ascolto di centinaia di testimoni e la verifica di una montagna di denunce. Il paese – concludono in sostanza i commissari – vive sotto un regime di terrore, violenza e violazione costante dei diritti umani. Sono la norma pressoché quotidiana arresti illegali, pestaggi, torture, detenzioni abusive senza alcuna accusa specifica da cui potersi difendere, sparizioni, uccisioni. Di molti arrestati non si sa nemmeno dove siano finiti: desaparecidos.

In poche parole: uno stato-prigione. Basti dire che ci sono ben 361 tra carceri e centri di detenzione di vario tipo: uno ogni 15/16 mila eritrei. Il Lazio, con lo stesso numero di abitanti, ne ha 12 in tutto. Non è un caso che a fuggire siano soprattutto i giovani, molto spesso minorenni, addirittura ragazzini. È in particolare a loro, infatti, che la dittatura “ruba la vita”, costringendoli in armi o al lavoro obbligatorio con un servizio di leva che, teoricamente di 18 mesi, dura in realtà decenni. Decenni di vita da soldati nei reparti combattenti o da lavoratori-schiavi.

Nonostante tutto questo, l’Italia e l’Unione Europea hanno aperto una linea di credito in favore della dittatura. La spinta è venuta proprio dall’Italia, con una serie di iniziative inaugurate nella primavera-estate del 2014 e che, dopo ripetute visite ufficiali in Eritrea e in altre nazioni del Corno d’Africa da parte dell’allora viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, hanno portato al Processo di Khartoum, ossia l’intesa sul controllo dell’immigrazione firmata a Roma il 28 novembre scorso tra l’Europa e dieci Stati del versante orientale dell’Africa, incluse dittature condannate universalmente come quella di Al Bashir in Sudan (perseguito per lesa umanità e sfuggito per un soffio all’arresto pochi mesi fa in Sud Africa) e, appunto, come quella eritrea di Isaias Afewerki.

Si tratta di un accordo che, sul modello del Processo di Rabat sottoscritto nel 2006 tra la Ue e 27 Stati dell’Africa Occidentale, tende di fatto a bloccare i profughi-migranti oltre il Sahara e, dunque, a esternalizzare i confini europei sempre più a sud, affidandone il controllo a regimi di assai dubbia democrazia o addirittura a dittatori come Afewerki, che ha dato ordine di sparare a vista contro chiunque tenti di varcare la frontiera per emigrare. Una prova terribile di queste disposizioni capestro si è avuta alla fine di settembre 2014, quando tredici adolescenti tra i 12 e i 18 anni sono stati trucidati a fucilate a  un posto di confine con il Sudan e fatti sparire in una fossa comune. Delitti già ben noti quando, sulla scia della firma del Processo di Khartoum, è arrivato l’impegno del Fondo Europeo per lo Sviluppo di stanziare 312 milioni di euro in favore del regime di Asmara.

È, da parte dell’Europa, l’ennesima riproposizione della vecchia politica del “dittatore amico” per tutelare interessi economici o geostrategici che, in questo caso, comprendono il problema dell’emigrazione dal Corno d’Africa verso l’Unione. Roma e Bruxelles giustificano questa scelta citando le “promesse di cambiamento” formulate dal regime.

Ma si tratta delle ennesime generiche promesse, senza impegni precisi e vincolanti e, soprattutto, senza che l’Unione abbia posto alcuna esplicita, chiara condizione irrinunciabile: ad esempio, l’attuazione della Costituzione varata nel 1997 ma rimasta sulla carta, libere elezioni, la liberazione dei prigionieri politici, il ristabilimento del ruolo del Parlamento. Non a caso diversi osservatori hanno rilevato che promesse fumose di questo genere sono state formulate decine di volte, senza alcun risultato concreto: una pura finzione.

Niente più che una finzione appare anche l’altro argomento addotto da Italia e Ue: l’impegno di istituire in Africa centri di raccolta per i profughi, sotto l’egida Unhcr, dove si potranno presentare le richieste di asilo. Non è minimamente chiaro, infatti, chi garantirà sicurezza e condizioni di vita dignitose in queste strutture, qualcosa come grossi hub per migranti. “Campi di questo genere sotto la bandiera Unhcr – rileva don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, candidato al Premio Nobel per la Pace – in realtà già esistono.

Ad esempio, in Sudan. Ma proprio in Sudan le stesse forze di polizia che dovrebbero garantirne la protezione e la sicurezza sono spesso colluse con i clan criminali che gestiscono il traffico di uomini verso la Libia e l’Europa o con le bande che sequestrano i profughi, sottoponendoli ad ogni genere di torture e pretendendo poi riscatti enormi per rilasciarli”.

Ma tant’è. Non ci sono segnali che si voglia recedere da questa “apertura di credito” in favore di Afewerki, dando così alla dittatura un aiuto insperato proprio ora che attraversa una fase di grave difficoltà mentre, di contro, la diaspora anti regime si riorganizza e rafforza. Eppure gli indizi di una crisi del regime si moltiplicano. Due per tutti. Il primo: le fughe sempre più frequenti di personaggi dell’apparato militare e diplomatico. Il caso più recente è quello di Mohammed Idris, ambasciatore presso l’Unione Africana ad Addis Abeba, che lo scorso maggio ha chiesto asilo in Etiopia, un personaggio di primo piano del “potere” ad Asmara, custode dei segreti più riposti della dittatura, inclusi probabilmente i rapporti con i terroristi somali di Al Shebab, legati allo Stato Islamico.

Il secondo: l’improvvisa, inattesa ribellione di Mola Asghedom, presidente del Movimento democratico del popolo del Tigrai (Tpdm), il gruppo etiopico ostile ad Addis Abeba che ha base in Eritrea le cui milizie sono l’ossatura della guardia presidenziale di Afewerki. Una ribellione sfociata anche in scontri armati e conclusasi con la fuga in Sudan dello stesso Asghedon, alla testa di centinaia di miliziani.

La diaspora avverte che in Eritrea stanno maturando cambiamenti importanti e ne ha tratto la spinta per riorganizzarsi. L’idea guida è quella di costituire un Comitato di lotta unitario in tutta Europa, articolato per sezioni nazionali in ogni paese che ospita i profughi. La proposta è partita dagli eritrei “italiani”, riuniti nel Coordinamento Eritrea Democratica, un movimento che mira a superare le antiche divisioni e rivalità tra i vari gruppi di opposizione, in nome dell’obiettivo comune della lotta al regime e che, attivo dal 2013, è stato presentato ufficialmente a Roma nel 2014, in una conferenza stampa alla Camera, convocata non a caso il 28 di novembre, lo stesso giorno della firma del Processo di Khartoum.

La prima “uscita” unitaria a livello europeo si è avuta a Ginevra a fine giugno, in occasione della presentazione del rapporto della Commissione d’inchiesta Onu sulla violazione dei diritti umani in Eritrea. Il 5 settembre, poi, si è tenuta a Bologna una conferenza costitutiva del Comitato unitario per l’Italia e incontri analoghi sono in cantiere in altri Stati europei.
C’è da credere che l’Eritrea si avvia verso una fase cruciale. Dopo il rapporto dell’Onu nessuno potrà più dire di non sapere cosa accade nel paese. E dopo il rilancio dell’azione della diaspora per presentarsi come “soggetto politico unico” in rappresentanza delle istanze di libertà e cambiamento del popolo eritreo, nessuno potrà più dire che non ci sono interlocutori credibili alternativi al regime.

Sta all’Italia e all’Europa scegliere con chi vogliono confrontarsi: con una delle più feroci dittature del mondo che ha fatto del paese uno Stato-prigione o con i giovani che sognano una Eritrea nuova, libera, democratica, aperta a tutti. Prima o poi si arriverà a una resa dei conti con il regime e il suo apparato di potere. Potrebbe essere un bagno di sangue oppure una grande, pacifica operazione di verità e giustizia capace di portare a un cambiamento radicale senza violenza. Molto dipenderà proprio dalla politica che vorranno imboccare l’Italia e l’Europa. Certo è che con Afewerki e i suoi ras la diaspora anti regime non intende scendere a compromessi. E non dimenticherà chi lo aiuta a tenersi in piedi.

Articolo di Emilio Drudi e Marco Omizzolo per ZeroViolenza.
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