Metti un giorno a Via Cupa

432.761. Tanti sono i migranti arrivati in Italia, Grecia, Spagna e Malta passando per il Mediterraneo nei primi nove mesi del 2015. 2748 sono le persone che, invece, purtroppo non ce l’hanno fatta. Molti di loro sono quelli che non potevano permettersi di pagare un “biglietto” troppo caro e ora giacciono in fondo al mare, intrappolati nelle stive, soffoca(n)ti di kerosene. Vivono e muoiono in un mare al quale affidano sogni e speranze. Al quale affidano la vita dei figli piccoli che portano con sé, avvolti in giubbotti di salvataggio di fortuna, avvinghiati a piccoli sacchetti di plastica – non più di uno, perché questo è quanto gli scafisti consentono di portare a bordo dei loro rottami. In quei sacchetti ci sono i piccoli e pochi averi fondamentali per affrontare il viaggio. Un telefono, un caricabatterie, un cambio (per i più fortunati), una foto, una lettera, un biglietto avvolto nella pellicola: contiene i numeri di telefono dei parenti rimasti in patria. E’ per loro che lo fanno.

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Feriti dalle percosse di coloro che per questi uomini sono allo stesso tempo aguzzini e via di fuga in assenza di un qualsiasi corridoio umanitario, i più fortunati sbarcano sulle nostre coste, o vengono recuperati dalle navi della Guardia Costiera. Ed è con quegli stessi sacchetti ancora in mano che li ho intravisti lungo via Tiburtina, a Roma. Il sole di settembre illumina la città di una luce chiara che esalta il cielo terso. Camminano lungo le mura del cimitero del Verano. Sono appena scesi dal treno. Si sono messi in viaggio scappando dai centri dove vengono portati all’arrivo. La meta è una sola: il Nord Europa. La metà del viaggio invece è qui, a pochi metri dalla stazione. Al centro Baobab. Loro lo sanno: il tam tam viaggia in rete. 

Sono principalmente africani i ragazzi che incontro entrando. Una bambina nell’angolo gioca con un bimbo che corre a piedi scalzi, mentre la mamma lo rincorre con le scarpe e un bicchiere d’acqua fresca. I siriani, oggi, viaggiano principalmente lungo le rotte dei Balcani, dei muri, di Orban, di Aylan, che è il volto di tutti. Il figlio della guerra. E sono romani, invece, gli accenti che sento sovrapporsi poco oltre l’ingresso. Sono romani i volti, le mani tese e le storie che si avvicendano lungo questa via. Ecco, in questo loro viaggio infinito il Baobab è l’oasi che accoglie. Il centro è una vecchia vetreria abbandonata in Via Cupa, tra la Tiburtina e il Verano. E ora vive grazie al cuore di volontari che danno un ristoro alle persone che, nel nostro Paese, sono solo in transito.

12003381_880350845375002_1743099588950554928_nSulla porta c’è un ragazzo che risponde alle richieste dei migranti che si avvicinano: “Mamy, mamy, wait. Lunch later”. Poche semplici parole: conta il significato, la grammatica è quella dell’accoglienza. Quando è pronto si entra in dieci alla volta. Ma non di solo cibo vive la solidarietà di questo luogo: qui si riposa, qua ci si racconta, di là, invece, una stanza è dedicata ai farmaci. Un’altra ai vestiti. Tanti vestiti. E il momento della scelta è uno dei più emozionanti. Anche gli ospiti danno una mano: alcuni di loro sono a Roma da un paio di settimane e cercano di rendersi utili. Non hanno ancora abbastanza soldi per continuare il viaggio: il Brennero, la Germania, la Svezia… “I want to arrive in England” dice Ahmed. Questa sera, invece, lui prenderà il treno per il Brennero. 

Il volontariato non si impara: semplicemente qui (ti) scorre nelle vene. Quanto entri salti un battito. Senti qualcosa che ti sgorga nel petto insieme alla forza che trasmettono queste persone che da sole, senza alcun aiuto pubblico, danno da mangiare ogni sera anche a 600 persone. Tutto quello che fanno, tutto quello che danno è figlio della generosità dei cittadini, delle organizzazioni, dei volontari.

C’è una signora in pensione che coordina tutte queste mani che si mettono in gioco e si tendono. C’è una lenta processione di macchine che ogni tanto si fermano. Un panificio consegna del pane: è un dono. Ed è un dono la mamma che scarica i vestiti smessi dei figli prima di andare al lavoro. Come è un dono per gli occhi e cibo per l’anima la ragazza che, nelle vacanze dei suoi studi universitari, si dedica con tutta se stessa ai migranti. Quando i volontari sono in numero sufficiente l’accoglienza si trasforma in accompagnamento. Un giro per Roma: ecco il Paese che state attraversando. C’è bellezza non solo negli occhi di chi vi aiuta. C’è poi chi organizza partite di calcio e di basket, chi lava i bambini, chi li fa giocare, chi insegna l’italiano, chi il tedesco. 

Quando esci da lì hai paura che di tutto ciò che hai dentro non resterà che un bagno di retorica. Ma l’accoglienza senza (pre)condizionamenti è quanto di più bello un venerdì mattina di Settembre possa regalarti. Perché ti resta dentro. Perché ti conquista. Ed è solo passando di lì che capisci che sei destinato a tornarci. Non esiste il buonismo del più o meno fortunato.11880673_868891309854289_7749699167776299492_n

Puoi fare (del) bene in molti modi, al Baobab e per il Baobab. C’è bisogno di tutto. Tutti i giorni trovate QUI la lista di quello che serve. Se, invece, non puoi dare niente, bastano due mani e un po’ di voglia di fare. Ed hai fatto quello che mancava per completare la lista delle necessità.

Ad accogliere te volontario troverai persone che, con la stessa disponibilità con cui accolgono i migranti,  sanno insegnarti che è giusto. Che il sale della vita è anche accompagnare chi ne merita una migliore. 

Uscito da lì sono entrato in macchina e mi sono riempiti gli occhi di lacrime. Avevo appena fatto pace con gli esseri umani. Quelli che si mettono in gioco, quelli che si mettono in fila tra le mura che stringono via Cupa per consegnare i loro doni, quelli che passano. E sentivo dentro, forte, il desiderio di raccontare tutto quello che ho visto. Perché tutti meritiamo di vederlo, di farlo, di esserci.

[ L’articolo è stato scritto da Gabriele Zagni per salteditions.it]

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